La sedia rossa

La cosa che ricordo meglio è che avevamo i piedi piccoli e i sogni grandi.
C'era la moquette marrone, il giardino sassoso e il terrazzino sospeso nel nulla. Devo essermi ammalata di vertigini a quel tempo: non per il vuoto sotto al balcone, ma per la precarietà delle nostre fondamenta.
Però avevo te, cuore forte e occhi muti. Avevo la sedia rossa, la tenda fatta con le lenzuola e avevo te.
Vivevamo così addosso che non so se te lo ricordi, perchè non piangevamo e non dicevamo. Giocavamo. Mai con quello che ci regalavano. Giocavamo alla maestra, per insegnarti. E alla mamma, per proteggerti. Giocavamo con quei giochi fatti di niente che solo i bambini sanno inventare.
Poi è arrivata una sedia per te. Che non solo era di plastica e non di legno come la mia, ma era gialla, e tu odiavi il giallo. Allora litigavamo e la sedia rossa diventava tua e poi era mia e facevamo a gara e io vincevo perchè fuori ero più forte, ma dentro lo eri tu. La sedia rossa, in qualche modo, era diventata il simbolo della nostra dolce discordia, noi che con la discordia eravamo stati nutriti, il simbolo di chi vince e di chi perde.
La sedia rossa era il simbolo di me e te, soli ma insieme, nella gioia e nel dolore.
Il mese scorso ho cambiato casa. Non ho portato nessuna bambola, fotografia o giocattolo, di quando eravamo bambini, non ho mai avuto niente che parli di quel tempo.
Però ho portato la sedia rossa, e le ho dato il posto che i nostri ricordi meritavano.

Bentornata, febbre.

Quella volta avevo i tuoi anni e il sangue malato, come diceva mamma. Diceva che l'avevo preso dalla nonna, perchè, a parte i ricordi e la poltrona rossa, sua madre non aveva tanto altro da dare.

Più di tutto ricordo la meticolosità. La temperatura da segnare la mattina e la sera e sotto la lingua e i tamponi e le prove sul braccio e l'emo il venerdì e la febbre, la febbre, sempre.

Lei mi accompagnava alle visite con malcelato fastidio. Io la guardavo e non capivo, ora so che non eravamo ancora pronte per perdonarci. Per quasi tre anni abbiamo vissuto in una malata estraneità durante un'estranea malattia. Poi ne ho avuto abbastanza.

Sono sempre stata paziente, nella vita, come quando avevo sette anni e non me li sono giocati, come quando nessuno vedeva e io non mostravo, come quando ne avevo diciotto e mi sono detta che ero già stata più forte di tutto, lo sarei stata anche quella volta.

Avevo ventun anni quando il sangue mi si è aggiustato.

Ne sono passati dieci, dieci anni senza febbre, senza malattie, senza influenza, come fossi ancora contaminata, come fossi ancora diversa. Ora, dopo dieci anni, mi ammalo ogni quarto d'ora. Ora, dopo dieci anni, prendo il termometro, guardo la febbre e sorrido. Bentornata, febbre, bentornata.

(Non sapevo come dirtelo)

In quel film, che domani avrò già dimenticato, c'è un attore secondario, o anche meno, che contrae una malattia: il suo viso diventa un'autostrada di dolore, rettilineo ma scomposto, familiare come l'ingiustizia.

Ti ricordi quella volta in cui mi hai pianto addosso? E' arrivato questo inutile attore su un megaschermo di provincia e all'improvviso eri lì che singhiozzavi sulla poltroncina accanto alla mia, come se il tempo non si fosse mai inciampato. 

"Ho visto i tuoi occhi cadermi dentro e ti ho accolto come fosse l'ultima volta, la prima di mille." Avevo usato queste parole, per descrivere quel momento, indelicati graffi neri su carta ruvida, ricordi?

Abbiamo pianto ancora, poi, per disperdere gocce di assurdità.

Ho continuato a pensarci per un'ora e un giorno, a ricordare quando era novembre e c'era la neve, quando era dicembre e c'era la luna da toccare, quando era gennaio e c'erano i detriti incomprensibili. Da lì in avanti abbiamo conquistato la pianura, l'equilibrio disonesto, la stabilità perfetta tra sguardi, bugie e verità che nessuno saprà mai. Solo noi, che assieme siamo malattia e medicina.

Ho continuato a pensarci per un giorno e un mese, a immaginare quando sarà novembre e gli scatoloni che non sai, quando sarà dicembre e la paura che non vorrai.
Quando sarà gennaio, e cosa ne sarà, di quella ciliegia che mi hai messo nel cuore.

Quello che (sei per me)

Quello che mi racconti resta incollato come pece. Il tempo cammina senza sporcare i passi, quando ascolto le tue storie inconsapevoli.
Quello che non sai è che nessuno ha mai riso come te. L'insolente ricordo ne porta addosso solo una pallida imitazione.
Quello che vorrei per te è la tregua. Cancellare gli obblighi, i bisogni, gli incarichi. Dovresti solo vivere aspettando la prossima siesta, perchè amarti ti affatica.
Quello che non ti ho detto è che spesso sbagli. L'odore di vita e terra e carne svanisce dalle cose prima che vengano colte, ma l'odore della tua arte si impolvera persistendo.
Quello che mi hai insegnato è involontario. All'inizio ho creduto fossero solo impronte, poi orme, graffi. Ormai è innegabile che si tratta di lividi.

"…so che ti vorrei sapere
di più di quanto non so…"
99 Posse, Quello che

Buon viaggio

 

Volevo dirti scrivimi. Ma poi ho pensato che dove vai tu c'è il giusto silenzio per non aver più bisogno delle parole.

Volevo dirti mangia. Nutri quei brandelli di cuore, che se lo fai tu poi saprò farlo anche io.
Volevo dirti sorridi. Ma poi ho ricordato i singhiozzi e la fatica e ho pensato solo tesoro, non piangere più.
Volevo dirti bevi. Dissetati di vita.

Volevo dirti ascoltati. Ma poi ho pensato lasciami i tuoi pensieri, ne avrò cura come sai.

Volevo dirti chiudi gli occhi. Ma poi aprili a un nuovo giorno.

Volevo dirti portami con te. Teniamoci le mani nel dolore delle mani, come sempre.
Volevo dirti ritorna. Ma poi ho pensato a questi mesi, a questi lunghi anni, e ho capito che non te andrai mai davvero via da me.

(ho capito che)

E' stato come sdraiarsi dentro a una bolla: vivevi le tue note geometrie e lei ti ha inghiottito senza averne il permesso. Ti ha offerto un'aria densa d'aria, le pareti lisce e vibranti come pelle di tamburo, il clima ideale per la riproduzione dei sogni.

Nel tempo di un battito tutto il resto non aveva più senso: non avevi motivi per rinunciare, per tirartene fuori, perchè la realtà che avevi imparato a vivere ti era ormai indigesta e quel nido, invece, era a un passo dalla delizia.

I minuti sono diventati anni pieni, le settimane vite intere, tutto era così intenso, smisurato, lì dentro.

E poi è arrivato un soffio d'aria. Un filo impalpabile, un capillare esile, uno spiffero di sospetto.

Nel tempo di un battito il soffio si è trasformato in bufera, ha riempito la bolla di panico, strozzato la dolce calma.

Forse sarebbe stato più facile abbandonarsi alla fredda paura, ritornare al tempo in cui le bolle ti facevano pensare solo a giochi di bambini, ma il ricordo tangibile di quel clima prezioso ti ha ridato la forza e così hai cominciato a schiaffeggiare quell'aria sporca, a schiacciarla fuori, in fretta, prima che potesse soffocarti, più in fretta, più ancora.
Ti sembrava di potercela fare, forse potevi rimettere le cose a posto, rientrare in quella bolla magica, ritrovare tutto quanto: allora hai fatto un respiro profondo come la storia e hai capito che.

 

 

"Per le parole non preoccuparti, è più facile di quello che pensi.
Come le bolle di sapone, se soffi piano vengono da sole. Anche le parole.
" Vasco Rossi

Auguri

Festeggio i due anni da queste parole, da quella visione.

Con tutto l'amore che non puoi sapere, con tutte le lacrime che non puoi assaggiare, con tutta la vita che guardo scivolare.
Festeggio l'arrivo dei tuoi sedici anni, che mi perdo da sedici anni.

 

 

Giulia

 

A due giorni dal tuo dopodomani.

A quattordici anni dalle mie volontà.

Una mattina, per sbaglio. Con i capelli sciolti sul mondo, la tracolla con la musica dei tuoi sogni.

Tu. Con gli occhiali. Per non saper guardare nella mia direzione.

Io. Senza difese. Per poter guardare solo nella tua.

 

Diluvia amore.

Ti ho vista.

Non c’eri

E poi un giorno ho smesso di vederti.

Senza alcun motivo la bella stagione aveva tinteggiato i viali: smarrivo l'ingenua dolcezza dei tuoi occhi, solo vento e sabbia avrei desiderato. 

Aggrappata all'ennesima nuvola di forza mi sono alzata dallo scoglio e ho ripreso il mio cammino, onda su onda ti ho inseguito lasciando le mie inutili orme sul bagnasciuga che dopo poco shhhh, shhhh, sciabordando le ha cancellate.

Ti avrei detto sai, un giorno di settembre ti ho riconosciuto.

Ti avrei detto sai, un giorno di giugno ho pianto per riaverti.

Ti avrei detto la vita che non hai visto, le ginocchia che non ti ho curato, le ferite che ho salato.

Ma non ho potuto, non c'eri.

"Il peggior modo di sentire la mancanza di qualcuno è esserci seduto accanto e sapere che non l’avrai mai." 
G. G. Marquez

Ingordo

Sai, quei giorni in cui l'ultima sigaretta della notte coincide con la prima del mattino, aspiri espiri aspiri e poi getti via.

Quelli in cui senti il cuore sbattere accanto alle tempie mentre ti rimanda in sequenza precisa la pesca il pistacchio gli occhi le scale l'arancione, in successione identica ma poi diversa e sfumata, riarrangiata. Identica, colma e anche svuotata di poesia.

E poi quei giorni in cui uno ti mette su un'auto e parte e canta e non chiede e non dice e canta, mentre il vento accarezza i capelli e la musica abbraccia i dispiaceri, mentre le note sbattono sui denti e fuori dai finestrini e più escono e più si fanno tue.

Sai, quei giorni con il viso arrossato dal freddo o dal caldo, che importa, le labbra color ciliegia tumefatte dai baci o dalle troppe parole, quei giorni a chiedersi esco, vado, attraverso, ritorno, chiamo, sorriderai?

Quei giorni, affamati di vita.

Sai, quei giorni che inciampano parlando veloce e dicono mille cose ma poi anche nessuna perchè cosa importa cosa dico o cosa hai detto basta che me lo ridici ancora e poi mai più, e ancora.

Quei giorni, sai, quelli ingordi, perfetti addosso a te, o a me, che importa.

Mano nella mano

Poi ho visto la paura sul tuo viso e ho smarrito il senso di giustizia delle cose.

La tua indole si era già insinuata tra le mie certezze, aveva schiaffeggiato quelle precise convizioni fatte di mattoni perpendicolari. Affascinata dalla mancanza di ragionevolezza ma intrisa di senso, coinvolta e sconvolta dal preciso gioco delle parti.

Era evidente che non ci saremmo più smarriti, naufragati sull'isola della condivisione. Dentro o fuori dalle mura, con o senza titolo e moralità, noi saremmo stati.

Ma quella sera la ragnatela dei tuoi pensieri era più fitta del frutto delle nostre rughe: si trattava di qualcosa di importante e l'ho capito da quei denti. Ho sempre capito tutto dai tuoi denti, io.

L'ampio sorriso che ti porti in faccia parla di candidi corpi allineati come allegri scolari in girotondo.
Quel giorno, però, la musica era silenziosa, le grida di gioia soffocate dai presentimenti. I bambini non si tenevano più per mano, li ho visti sciogliere quella stretta consolatoria. Immagina un carosello rotto, una giostra spenta, immagina il timore che ho guardato e nutrito.
A un certo punto i tuoi occhi mi hanno cercato come si cerca la salvezza, e mentre mi parlavi il girotondo è ripreso.
Così, quando mi hai dato la notizia più triste del mondo, almeno eravamo mano nella mano.

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