La cosa che ricordo meglio è che avevamo i piedi piccoli e i sogni grandi.
C'era la moquette marrone, il giardino sassoso e il terrazzino sospeso nel nulla. Devo essermi ammalata di vertigini a quel tempo: non per il vuoto sotto al balcone, ma per la precarietà delle nostre fondamenta.
Però avevo te, cuore forte e occhi muti. Avevo la sedia rossa, la tenda fatta con le lenzuola e avevo te.
Vivevamo così addosso che non so se te lo ricordi, perchè non piangevamo e non dicevamo. Giocavamo. Mai con quello che ci regalavano. Giocavamo alla maestra, per insegnarti. E alla mamma, per proteggerti. Giocavamo con quei giochi fatti di niente che solo i bambini sanno inventare.
Poi è arrivata una sedia per te. Che non solo era di plastica e non di legno come la mia, ma era gialla, e tu odiavi il giallo. Allora litigavamo e la sedia rossa diventava tua e poi era mia e facevamo a gara e io vincevo perchè fuori ero più forte, ma dentro lo eri tu. La sedia rossa, in qualche modo, era diventata il simbolo della nostra dolce discordia, noi che con la discordia eravamo stati nutriti, il simbolo di chi vince e di chi perde.
La sedia rossa era il simbolo di me e te, soli ma insieme, nella gioia e nel dolore.
Il mese scorso ho cambiato casa. Non ho portato nessuna bambola, fotografia o giocattolo, di quando eravamo bambini, non ho mai avuto niente che parli di quel tempo.
Però ho portato la sedia rossa, e le ho dato il posto che i nostri ricordi meritavano.
La sedia rossa
11 mercoledì gen 2012
Posted in cielo coperto, timido sole