Sempreverde

Quella volta non avevi un odore, eri un colore.

Giallo, eri. Giallo di c’è troppa luce e non puoi avvicinarti, di aspro come un limone perchè sconosciuto e di buono come la pasta che non lo sai finchè non assaggi. Poi è arrivato il giorno dell’emozione, con i jeans in cui non entro più e le farfalle nella testa, che nella pancia sono capaci tutti.

Ti ho conosciuta un giorno di settembre, perchè settembre è il mese degli inizi e della fine del Giallo. Così dopo pochi giorni eri Rosso. Non avevi bisogno di parlare (non parli mai), rosso di ardore che vuole solo guardare.

Guardare per impararmi.

Con i mesi dei diventata grande, Verde. Cresci e ti allontani e così cambi, da Rosso a Verde, come i campi di papaveri. Verde del seme che si allunga in pianta e poi fiore che sboccia mentre l’automobile passa, corre via e non vedi più il rosso, rimane il verde.

Verde di resterai, sempre.

Non mi manca niente

Quest’anno compio trentadue anni, e non ho niente.

Le cose che i miei genitori avevano a questa età, i figli, la casa comprata, il lavoro che paga il 27 e c’è di sicuro anche il mese prossimo. Ho le cose che si hanno adesso, l’auto comprata a novembre e finanziata da qui a per sempre, i libri e i ricordi.

Quest’anno compio trentadue anni, e il Friuli è la terra che mi ha concepito e nutrito fino all’anno scorso. Poi ho scelto l’Emilia, per la mia nuova vita. Ho preso le scarpe, le piante e ho scelto l’amore. Non ho niente, ma quel che ho l’ho portato qui.

La prima volta era gennaio, o forse febbraio, ho cercato di dimenticare. Ho sentito il boato arrivare dal parco, le mura che cominciavano a scuotersi, l’animo che le inseguiva. Sono scesa in strada e ho telefonato, ma era una soltanto, non c’era da allarmarsi.

Il venti maggio era notte, e l’uomo nero di notte fa più paura. Il ventinove era giorno, ma l’orco, quando arriva per l’ennesima volta in così poco tempo, fa male e colpisce come il peggiore degli incubi.

Quest’anno compio trentadue anni, e non ho niente. Eppure quel niente il terremoto me lo ha lasciato, perchè la casa non ha un graffio, dormo nel mio letto, mangio nei miei piatti. A mezzo metro da qui, invece, le persone piangono i loro cari, le loro aziende, piangono i loro piatti in cui non possono più mangiare.

La mia Emilia piange e da friulana piango con lei: a ogni intervista di gente composta e disperata, a ogni storia di anziani che dormono nei garage, di bambini che vogliono rientrare in casa per cercare il gatto. Mi arriva quel dolore salato che ti obbliga a sentirti in colpa per ciò che loro non hanno più, caritatevole per ciò che tu hai ancora, anche se quelle scosse le vivi a una a una. Che siedi e aspetti la prossima, sai che scenderai in strada di corsa, tu che una strada ce l’hai ancora.

Quest’anno compio trentadue anni. Guardo la distruzione nei paesi accanto al mio e quel che vedo è che non mi manca niente.

Plin. Plon.

La pioggia non lava, bagna.

Goccia, cade, goccia, cade, plin. Cade, plin. Come la rabbia. Cade, plin.

Gocce di rabbia che plin plin plin e la strada è già bagnata tutta attorno, e lo stomaco è già schiacciato tutto attorno.

La pioggia non lava, sporca.

Goccia e plon, e polvere, e buio, e plon. Cade, plon. Come l’ingiustizia. Cade, plon.

Gocce di ingiustizia che plon e la strada è già sporca fin dove non vedevi, e la gente è così sporca fin dove non pensavi.

La pioggia è come le lacrime. Non lava, ma bagna e sporca.

Nove anni

Ero sulla terrazza fiorita, passeggiavo avanti e indietro mentre parlavamo. E’ stata l’ultima volta che ti ho telefonato per gli auguri, nove anni fa.

Non ci siamo mai detti molte cose, tu nascosto dietro alla barba appoggiata al viso a triangolo, io allo scoperto con le mie esigenze rotonde. Parlavamo per poco del niente che avevamo in comune, attendevamo l’arrivo della rabbia. Dopo ogni furia giungeva la distanza.

Smettevi di chiamare, smettevo di volerti. Riprendevamo.

Un giorno ho sentito che ero grande abbastanza per non amarti più, e me ne sono andata.

Ora al telefono parliamo del tempo, mi racconti del temporale che sta arrivando come se attraversare un’altra tempesta assieme ci potesse riunire, tenere sotto lo stesso ombrello, come se ti ricordassi di quanta pioggia hanno pianto questi occhi.

Mi hanno detto che sei guarito di nuovo: non ci credo mai per davvero, è per questo che oggi non sono stata io a chiamarti per gli auguri, è stata la speranza.

Lucio

Quella volta c’erano i giradischi, che voi neanche li ricorderete, i giradischi.

Io ero solo una ragazzina, e il giradischi era suo, perciò non lo potevo mica usare. Per questo ho imparato a farlo.

In ginocchio sceglievo il disco, prendevo quasi sempre quello bianco, o quello nero, lo tiravo fuori dalla custodia con una cura da adulto, la appoggiavo sulla credenza, in punta di piedi aprivo lo sportello. Ne lucidavo la superficie con attenta consapevolezza, glielo avevo visto fare.

E poi appoggiarlo al piatto come fosse di vetro, accenderlo, lasciare che la puntina lo baciasse.

Ero una ragazzina, mettevo il disco bianco e cantavo.

Quando ce ne siamo andati da quella prigione ho avuto un solo pensiero. Non mi importava di lasciare le bambole, i vestiti, gli amici, di ricominciare con niente. I dischi.

Io pensavo ai dischi, che sarebbero rimasti lì a prendere polvere sotto il mobile nero, che nessuno li avrebbe mai più amati come avevo fatto io in quegli anni, di nascosto e con dedizione, come una giovane amante.

Che nessuno li avrebbe mai più ascoltati, ne ero certa, perchè poi non ce n’era altri simili, erano unici, c’era una copia soltanto in tutto il mondo, doveva essere così.

Quando sono cresciuta li ho comperati. In cd, perchè i giradischi neanche si trovano più, perchè i dischi sono sempre costati così tanto, come quando mamma ci portava fino a Bologna per comprare quelli dipinti sulla superficie, quelli che non si potevano nemmeno ascoltare.

Poi, un giorno di quando ero già grande, te ne sei andato. Ho preso il cd e ho messo le tue canzoni, quelle dell’album bianco.

E abbiamo cantato insieme, di nuovo e sempre.

La sedia rossa

La cosa che ricordo meglio è che avevamo i piedi piccoli e i sogni grandi.
C'era la moquette marrone, il giardino sassoso e il terrazzino sospeso nel nulla. Devo essermi ammalata di vertigini a quel tempo: non per il vuoto sotto al balcone, ma per la precarietà delle nostre fondamenta.
Però avevo te, cuore forte e occhi muti. Avevo la sedia rossa, la tenda fatta con le lenzuola e avevo te.
Vivevamo così addosso che non so se te lo ricordi, perchè non piangevamo e non dicevamo. Giocavamo. Mai con quello che ci regalavano. Giocavamo alla maestra, per insegnarti. E alla mamma, per proteggerti. Giocavamo con quei giochi fatti di niente che solo i bambini sanno inventare.
Poi è arrivata una sedia per te. Che non solo era di plastica e non di legno come la mia, ma era gialla, e tu odiavi il giallo. Allora litigavamo e la sedia rossa diventava tua e poi era mia e facevamo a gara e io vincevo perchè fuori ero più forte, ma dentro lo eri tu. La sedia rossa, in qualche modo, era diventata il simbolo della nostra dolce discordia, noi che con la discordia eravamo stati nutriti, il simbolo di chi vince e di chi perde.
La sedia rossa era il simbolo di me e te, soli ma insieme, nella gioia e nel dolore.
Il mese scorso ho cambiato casa. Non ho portato nessuna bambola, fotografia o giocattolo, di quando eravamo bambini, non ho mai avuto niente che parli di quel tempo.
Però ho portato la sedia rossa, e le ho dato il posto che i nostri ricordi meritavano.

Bentornata, febbre.

Quella volta avevo i tuoi anni e il sangue malato, come diceva mamma. Diceva che l'avevo preso dalla nonna, perchè, a parte i ricordi e la poltrona rossa, sua madre non aveva tanto altro da dare.

Più di tutto ricordo la meticolosità. La temperatura da segnare la mattina e la sera e sotto la lingua e i tamponi e le prove sul braccio e l'emo il venerdì e la febbre, la febbre, sempre.

Lei mi accompagnava alle visite con malcelato fastidio. Io la guardavo e non capivo, ora so che non eravamo ancora pronte per perdonarci. Per quasi tre anni abbiamo vissuto in una malata estraneità durante un'estranea malattia. Poi ne ho avuto abbastanza.

Sono sempre stata paziente, nella vita, come quando avevo sette anni e non me li sono giocati, come quando nessuno vedeva e io non mostravo, come quando ne avevo diciotto e mi sono detta che ero già stata più forte di tutto, lo sarei stata anche quella volta.

Avevo ventun anni quando il sangue mi si è aggiustato.

Ne sono passati dieci, dieci anni senza febbre, senza malattie, senza influenza, come fossi ancora contaminata, come fossi ancora diversa. Ora, dopo dieci anni, mi ammalo ogni quarto d'ora. Ora, dopo dieci anni, prendo il termometro, guardo la febbre e sorrido. Bentornata, febbre, bentornata.

(Non sapevo come dirtelo)

In quel film, che domani avrò già dimenticato, c'è un attore secondario, o anche meno, che contrae una malattia: il suo viso diventa un'autostrada di dolore, rettilineo ma scomposto, familiare come l'ingiustizia.

Ti ricordi quella volta in cui mi hai pianto addosso? E' arrivato questo inutile attore su un megaschermo di provincia e all'improvviso eri lì che singhiozzavi sulla poltroncina accanto alla mia, come se il tempo non si fosse mai inciampato. 

"Ho visto i tuoi occhi cadermi dentro e ti ho accolto come fosse l'ultima volta, la prima di mille." Avevo usato queste parole, per descrivere quel momento, indelicati graffi neri su carta ruvida, ricordi?

Abbiamo pianto ancora, poi, per disperdere gocce di assurdità.

Ho continuato a pensarci per un'ora e un giorno, a ricordare quando era novembre e c'era la neve, quando era dicembre e c'era la luna da toccare, quando era gennaio e c'erano i detriti incomprensibili. Da lì in avanti abbiamo conquistato la pianura, l'equilibrio disonesto, la stabilità perfetta tra sguardi, bugie e verità che nessuno saprà mai. Solo noi, che assieme siamo malattia e medicina.

Ho continuato a pensarci per un giorno e un mese, a immaginare quando sarà novembre e gli scatoloni che non sai, quando sarà dicembre e la paura che non vorrai.
Quando sarà gennaio, e cosa ne sarà, di quella ciliegia che mi hai messo nel cuore.

Quello che (sei per me)

Quello che mi racconti resta incollato come pece. Il tempo cammina senza sporcare i passi, quando ascolto le tue storie inconsapevoli.
Quello che non sai è che nessuno ha mai riso come te. L'insolente ricordo ne porta addosso solo una pallida imitazione.
Quello che vorrei per te è la tregua. Cancellare gli obblighi, i bisogni, gli incarichi. Dovresti solo vivere aspettando la prossima siesta, perchè amarti ti affatica.
Quello che non ti ho detto è che spesso sbagli. L'odore di vita e terra e carne svanisce dalle cose prima che vengano colte, ma l'odore della tua arte si impolvera persistendo.
Quello che mi hai insegnato è involontario. All'inizio ho creduto fossero solo impronte, poi orme, graffi. Ormai è innegabile che si tratta di lividi.

"…so che ti vorrei sapere
di più di quanto non so…"
99 Posse, Quello che